Futuri docenti intervistano… docenti

Condivido con voi questo interessante spazio realizzato da Anna Rita Vizzari tutor di un corso TFA organizzato dall’Università di Cagliari. I venti corsisti sono stati invitati ad intervistare alcuni insegnanti/dirigenti/esperti che nel tempo hanno dimostrato attenzioni ed interesse verso alcune specificità che caratterizzano la scuola.

Qui trovate i contributi di tutti i docenti intervistati http://mosaicotfa.blogspot.it/ e il mio http://mosaicotfa.blogspot.it/2015/06/andrea-berto.html.

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Il mio contributo in ambito Disturbi Specifici di Apprendimento.
1. Alla luce della sua esperienza professionale in che modo il problema della dislessia può essere considerato un’opportunità in più per l’insegnante e la classe? Penso che il progetto  di Pcln Tasca Dislessia al quale collabora sia un ottimo strumento.
Io credo che la dislessia possa essere considerata un’opportunità innanzitutto se la si conosce, ed è proprio attraverso la conoscenza delle specificità della dislessia che all’insegnante si apre un mondo da esplorare e da provare con la propria classe. In questi anni, lavorando al progetto PcInTasca Dislessia, sono arrivato alla conclusione che solo attraverso un uso inclusivo degli strumenti compensativi si può trasformare l’etichetta dsa in una risorsa per tutta la classe. Non a caso nell’ultima versione della suite di programmi ho voluto eliminare la dicitura “dislessia” presente sul menù con una più generica “versione 2014”. Il riferimento web PcInTasca Dislessia rimane per gli “addetti ai lavori” (genitori e insegnanti), ma quando il ragazzino scarica la suite e comincia ad usarla vorrei dimenticasse quella brutta etichetta. La naturale conseguenza di questa decisione è quella di permettere di allargare le possibilità di utilizzo a tutta la classe, in modo che nessuno si possa chiedere “perchè devo usare questa cosa che è per i dislessici?”.
Penso che al di là della formazione accademica (indispensabile e di grande aiuto) che sta alla base della preparazione di ogni insegnante sia necessario aprire il proprio modo di vivere la dislessia nella classe attraverso un’osservazione attenta delle dinamiche che possono rivelare stimoli per ricercare nuove strade da intraprendere. Non a caso l’idea per la suite è nata proprio grazie all’osservazione. Un giorno mi trovavo nell’atrio della scuola in attesa di poter accedere alla segreteria e ad un certo punto mi si avvicina un ragazzino piegato in due dal peso di una borsa porta computer che mi chiede dove può depositare il suo pc in un posto sicuro perché non poteva lasciarlo in classe. Mentre parlava continuava a distogliere lo sguardo, trasmettendo tutta la sua preoccupazione per il fatto che la sua classe era già in palestra. Gli ho chiesto come mai avesse con se il pc e lui mi ha risposto in modo sbrigativo che era dislessico e il portatile gli serviva per fare cose di scuola. Ho risolto velocemente il problema prendendo in custodia il computer, promettendo che al suo ritorno dalla palestra gliel’avrei riconsegnato. Libero da tutti i pesi è corso verso la palestra.
Qualcuno potrebbe pensare “fantastico il ragazzino usa il pc per la dislessia”, ma in quel momento non mi sentivo “qualcuno”. Il mio pensiero è andato immediatamente all’ansia, alla preoccupazione che gravavano sulle spalle di quel ragazzino a cui i “grandi” avevano affidato uno strumento costoso e delicato per fare le cose da dislessico. In quel momento quell’ansia e quel disagio che nessuno vede e vive hanno assunto per me una valenza ben più importante del disturbo specifico d’apprendimento. Ecco quindi il recupero di vecchie scorribande nella rete dove ricordavo di essermi imbattuto in un’interessante  applicazione che poteva lanciare dei programmi presenti su un supporto usb. Con una pen drive in tasca in palestra ci vai sereno con tutti i tuoi compagni e volendo puoi partecipare alle gare di lancio della zaino, e magari vincere.
2. Data la frequenza nella quale si riscontra la mancanza di una certificazione del disturbo d’apprendimento dell’alunno, quali strategie, educative e umane, l’insegnante deve realizzare per sensibilizzare e far comprendere la necessità di questo riconoscimento?
Ricordiamo che i disturbi di apprendimento si manifestano ed evidenziano a scuola, quindi sono gli insegnanti che ascoltano i primi campanelli d’allarme lanciati dall’alunno, ma è a carico della famiglia la decisione di avvalersi dei servizi per dare il via ad un’indagine di dsa. Instaurare fin da subito un rapporto autentico e sincero di reale collaborazione con la famiglia diventa condizione indispensabile. L’approccio con i genitori deve essere di tipo professionale, non basato su sensazioni ed emozioni, ma su osservazioni oggettive. E’ indispensabile che la comunicazione con la famiglia non graviti esclusivamente attorno ai fattori caratteristici del dsa che stanno spingendo la scuola ad “allarmare” la famiglia, ma deve essere gestita valorizzando anche tutti gli altri aspetti della vita scolastica che sono indipendenti dal presunto disturbo.
L’insegnante deve essere in grado di informare la famiglia in modo corretto e esaustivo, cercando di condividere fin da subito la possibilità da parte dell’alunno di poter affrontare il percorso scolastico utilizzando strategie di supporto alternative a quelle che potrebbero emergere dall’indagine clinica.
3. Secondo lei è giusto e benefico adottare anche le misure dispensative o ritiene che si debba fare sempre qualcosa per stimolare l’alunno con Dsa per non discriminare mai il suo operato e non nuocere così il suo senso di autoefficacia in seguito alla “negazione” di una data prova o consegna?
Le misure dispensative sono delle attenzioni, anche normative, riconosciute ai dsa che nascondono degli aspetti ambigui e pericolosi da gestire. Spesso faccio l’esempio della montagna: quando intraprendo un escursione in montagna il punto d’arrivo è quasi sempre un rifugio o una malga, insomma un luogo dove posso dire “sono arrivato”. Naturalmente per giungere al rifugio possiamo percorrere diversi sentieri (alcuni corti ma faticosi, altri lunghi ma più leggeri), fare delle soste oppure scalare tutto di un fiato, aiutarci con delle racchette da montagna o zampettare con le scarpe da ginnastica. Ci sono tanti modi per raggiungere il rifugio, ma il modo più sbagliato è che, mentre facciamo fatica e con il fiatone guardiamo i nostri piedi passo dopo passo piegati dalla fatica… qualcuno sposti il rifugio avvicinandolo a noi. Se a scuola cominciamo a spostare i “rifugi” stiamo attuando una didattica con obiettivi differenziati (tipici della disabilità) evitando la fatica di cercare percorsi alternativi.
Si badi che la condizione di dsa, per sua natura, prevede percorsi che richiedono impegno e fatica anche se alternativi. Sono molto critico nei confronti di chi “supporta” i dsa cercando di far credere di eliminare la componente fatica.
Come insegnante quando parlo di dispensa intendo che l’alunno viene dispensato da una cosa, ma comunque deve essere rimpiazzata da altro. Carletto è dispensato dalla lettura di tre pagine di storia, ma per lui predispongo l’ascolto delle tre pagine attraverso la sintesi vocale. Ricordo un bel progetto di una classe che ho seguito, dove l’insegnante di italiano/storia/geografia aveva organizzato una “audioteca”. In uno spazio cloud aveva predisposto il deposito degli mp3 realizzati dai ragazzi. I brani di antologia e alcuni capitoli di storia venivano suddivisi tra i compagni che a casa leggevano a voce alta registrandosi, successivamente le varie parti venivano montate con Audacity e messe a disposizione di tutti. Naturalmente l’audioteca era disponibile a tutta la classe, ricordo che era stata una risorsa molto utile per una “promessa” della pallacanestro (non dsa) che si scaricava gli mp3 sul telefono e ascoltava le letture nei lunghi trasferimenti per raggiungere la palestra per gli allenamenti quasi giornalieri.
Per quanto riguarda le verifiche o i compiti da assegnare per casa l’applicazione della dispensa deve essere gestita con attenzione facendo percepire alla classe che si sta attuando una rimodulazione del carico di lavoro e non una riduzione. Si possono assegnare sette esercizi di matematica a tutta la classe e sette esercizi a Carletto, sta all’insegnante individuare i sette esercizi “utili” per l’alunno dsa.
4. Premesso che tutti i casi di alunni e ragazzi con Dsa sono unici e hanno bisogno di un “sostegno” didattico individualizzato e personalizzato, quali sono le strategie didattiche  statisticamente più benefiche in relazione all’apprendimento del discente?
Mah diciamo che unicità e statistica fanno un po’ a pugni, quindi è necessario che l’insegnante prenda in considerazione le strategie più conosciute per individuare quella che più risponde alle esigenze dell’alunno e successivamente apportare delle modifiche per confezionare su misura un piano effettivamente benefico. Il passaggio successivo è cercare di fare in modo che il dsa riconosca nella strategia un effettivo e costruttivo feeling con il proprio stile cognitivo e la propria modalità d’apprendimento. Faccio un esempio: in letteratura spesso si parla di mappe concettuali come ottimo strumento compensativo per i dsa e quindi si è portati a pensare che statisticamente questa modalità vada bene per la maggioranza degli alunni. Ma cosa significa “apprendere attraverso le mappe concettuali?” Se non ci si pone questa domanda la mappa concettuale perde gran parte del proprio valore. Non di rado vengo interpellato da colleghi che mi chiedono di segnalare loro siti da cui scaricare mappe per i loro alunni dsa con la convinzione che la mappa risolva il problema… nulla di più sbagliato. La mappa concettuale (ma in generale tutte le schematizzazioni) è un artefatto che ha la sua valenza se ad utilizzarla è la stessa persona che l’ha creata. Scaricare una mappa da internet, stamparla ed utilizzarla come strumento compensativo/dispensativo obbliga l’alunno a seguire percorsi costruiti da un’altra persona che probabilmente ha un diverso stile cognitivo e una modalità di costruzione dei concetti personale. Il grande valore racchiuso nelle mappe sta proprio nell’imparare a COSTRUIRLE per poi utilizzarle come vero supporto allo studio. Alla luce di questo dobbiamo essere sinceri: costruire una mappa concettuale non è cosa semplice nè per chi la deve costruire, nè per chi deve insegnare a costruirla. A questo punto il focus del discorso coinvolge anche gli insegnanti. In un piccolo articolo inserito nel sito PcInTasca Dislessia intitolato “Dislessia: strumenti dispensativi per gli insegnanti… anche no” ho voluto “mettere in guardia” gli insegnanti dall’avventurarsi a consigliare gli strumenti compensativi (come quelli realizzabili con i programmi inseriti nella suite) senza prima conoscerne il funzionamento, ma soprattutto le potenzialità di applicazione.

 

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